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Tiziana Scuderi

(Staff di Trasformazione News)

giovedì 5 settembre 2013

FELICITA' ...




La maggior parte delle persone crede che la felicità derivi dal successo, dalla ricchezza, dalla salute e da relazioni soddisfacenti.
In realtà questi fattori ne sono la conseguenza non la causa.
Se si è felici si hanno maggiori probabilità di compiere scelte che porteranno a buoni risultati, non il contrario.
Infatti molti rimangono tristi pur avendo ottenuto grandi successi o accumulato immense ricchezze.
Bisogna spostare l’attenzione dai simboli esteriori del benessere a quella felicità interiore che tutti desideriamo ma che ci sfugge sempre.
Alcuni esperti sostengono che la felicità sia un’esperienza fortuita, un’emozione imprevedibile che viene e va in fretta senza lasciare alcun mutamento permanente nell’individuo che la sperimenta.
E’ stata elaborata una “formula della felicità” individuando tre fattori specifici e quantificandoli in una semplice equazione:
F = P+C+A
Felicità = Punto determinato biologicamente + Condizioni di vita + Attività volontarie
Il primo fattore, P, ovvero il “punto determinato biologicamente”, è la base organica che definisce il grado di felicità naturale dell’individuo.
Le persone scontente hanno un meccanismo cerebrale che interpreta le varie situazioni come problemi; quelle felici, invece, valutano le stesse situazioni come opportunità.
Il fenomeno del bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno ha quindi un’origine cerebrale.
Secondo i ricercatori, il punto determinato biologicamente contribuisce per il 40% circa all’esperienza di felicità dell’individuo, e sembra che sia in parte legato al nostro patrimonio genetico, anche se bisogna tenere conto delle esperienze subite durante la crescita.
I neuroni del cervello di un bambino, per esempio, rispecchiano quelli degli adulti che lo circondano. Sarebbero questi “neuroni specchio” a permettere l’apprendimento di nuovi comportamenti durante lo sviluppo: per imparare un gesto il bambino può limitarsi ad osservare e i suoi neuroni specchio reagiscono riflettendo l’attività osservata.
L’attività cerebrale prodotta dalla semplice osservazione del gesto fa sì che il piccolo apprenda nuovi comportamenti senza dover procedere per tentativi ed errori.
Questo modello fornisce una prima spiegazione biologica di quel fenomeno che è l’empatia, ovvero la capacità di percepire le emozioni del prossimo.
Non tutti la possiedono, ma esiste. Il cervello e i geni non sono strutture fisse, ma cambiano ogni momento e si evolvono costantemente. Ogni esperienza di vita influenza a livello genetico.
Ogni scelta, compresa quella di essere felici, stimola il rilascio di determinati segnali chimici a livello cerebrale, ognuno dei quali contribuisce a plasmare il cervello nel corso degli anni.
La ricerca ha dimostrato che il punto determinato biologicamente può essere cambiato da uno dei seguenti fattori:
Farmaci e droghe, che hanno un effetto stimolante sull’umore ma funzionano solo nel breve termine e comportano diversi effetti collaterali.
Terapia cognitiva, che aiuta l’individuo a mutare le proprie convinzioni limitanti.
Meditazione, che condiziona il cervello in diversi modi, tutti positivi. Sedere tranquilli e guardarsi dentro produce notevoli effetti fisiologici. La meditazione non è una pratica puramente mistica o religiosa. Oggi si sa che essa attiva la corteccia prefrontale, sede del pensiero superiore, e stimola il rilascio di neurotrasmettitori quali dopamina (antidepressivo), serotonina (influenza il tono dell’umore e l’autostima), ossitocina (ormone del piacere i cui livelli si alzano con l’eccitazione sessuale) e oppioidi naturali (antidolorifici naturali dell’organismo). Ognuna di queste sostanze biochimiche è collegata a vari aspetti della felicità.
La meditazione, favorendo la produzione di questi neurotrasmettitori, è il modo più efficace per spostare il proprio punto determinato biologicamente. Non esiste farmaco in grado di stimolare il rilascio contemporaneo di tutte queste sostanze.
Il secondo fattore nelle formula della felicità è C, ovvero le “condizioni di vita”. Questo fattore conta però solo per il 7-12%. Se si vincesse alla lotteria all’inizio si sarebbe euforici. Dopo del tempo si ritornerebbe al livello di base. Dopo circa 5 anni, quasi tutti i vincitori di grandi somme riferiscono che l’esperienza ha peggiorato la loro vita.
Con il termine “eustress” si descrive la tensione causata da esperienze intensamente piacevoli. In realtà il nostro corpo non è in grado di differenziare tra eustress e stress ed entrambi gli stati possono scatenare reazioni negative. Dipende tutto dalla capacità di adattamento dell’individuo. Secondo Darwin il fattore più importante per la sopravvivenza non è né l’intelligenza né la forza, bensì la capacità adattativa. Anche la “resilienza” (termine usato in psicologia), cioè la facoltà di riprendersi dopo un evento negativo, è fra gli elementi che contraddistinguono chi campa fino a cent’anni.
Quasi il 50% della formula della felicità dipende dal terzo fattore, ossia A, le “attività volontarie”, cioè la cosa che si sceglie di fare giorno per giorno. Le scelte che promuovono l’espressione creativa o la felicità altrui permettono di accedere a un livello più profondo del sé. Secondo gli studiosi, rendere felice il prossimo è la scorciatoia per raggiungere la felicità; allo stesso modo, dedicarsi all’espressione creativa genera risultati positivi le cui conseguenze possono durare una vita intera.
Solo il terzo fattore A (le attività volontarie) penetra nella vita interiore dell’individuo, aprendo la porta dell’unico luogo in cui si può trovare il segreto della felicità.

(Liberamente tratto da “Le sette chiavi della felicità” di Deepak Chopra)






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